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ArcelorMittal via da Taranto: Caos per l’ex Ilva con i Lavoratori pronti a mantenere acceso l’Impianto

ArcelorMittal via da Taranto: Caos per l'ex Ilva con i Lavoratori pronti a mantenere acceso l'Impianto

E’ un vero e proprio rebus quello dell’ex Ilva di Taranto, ma i nodi piano piano stanno venendo al pettine e tutto quanto c’era dietro, compresi gli accordi tra lo Stato ed il colosso multinazionale ArcelorMittal. L’azienda franco-indiana ha dunque deciso di andare via da Taranto con tanto di dichiarazione da parte dell’amministratore delegato Lucia Morselli davanti ai rappresentanti sindacali ed al Ministro dello Sviluppo Economico.

La Morselli ha utilizzato parole lapidarie nel determinare l’inesistenza dei requisiti affinché ArcelorMittal mantenga l’impegno preso richiamando la colpa nel fatto che l’esecutivo abbia recesso per primo sul vincolo alla base del quale la multinazionale è intervenuta tempo fa per salvare l’impianto tarantino, lo scudo penale in primis.

Queste le parole della dirigente:

Il recesso è in corso. Inutile parlare di esuberi o altro. Prima c’era l’immunità, ora non c’è più e non si può produrre.

Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, l’esecutivo, ossia il Governo italiano, avrebbe letteralmente preso in giro i più grandi produttori al mondo dell’acciaio e i Mittal, dopo averne preso coscienza, si sono decisi a rivedere i loro piani.

La Morselli, sul tavolo delle trattative, ha assolutamente escluso il ruolo di negoziatore, riferendo alle parti sociali che si stavano riferendo all’interlocutore sbagliato perché i Mittal stanno recedendo dal proposito di salvare l’ex Ilva e quindi dovrebbero parlare con i commissari straordinari.

L’amministratrice, inoltre, ha sottolineato come le attuali condizioni in cui versano i lavoratori nello stabilimento siano a tutti gli effetti lesive dei dettami previsti dalle normative sulla sicurezza del lavoro e nell’area a caldo dell’acciaiere è necessaria l’immunità penale per continuare ad operare in siffatto modo carente e lacunoso.

La Morselli ha richiamato le due condizioni fondamentali che avevano fatto propendere ArcerlorMittal per un intervento ed un investimento nell’impianto di Taranto mediante la sottoscrizione di un vero e proprio contratto d’affitto, ossia:

  • Immunità penale.
  • Stato degli impianti.

Per quanto riguarda il primo aspetto, è impossibile ora continuare a produrre in condizioni che sono penalmente perseguibili mentre prima non c’erano i crismi di possibili reati.

Sul secondo, l’amministratrice, ha sottolineato come al momento dell’accordo si era parlato di interventi di miglioramento in corso sull’altoforno Afo2: interventi mai fatti, né realizzati.

Una vera e propria stilettata ai governi diversi che si sono succeduti e che non  hanno saputo mantenere una linea coerente con i patti, i quali, non dimentichiamo, secondo l’antico detto latino “pacta sunt servanda” devono essere rispettati.

ArcelorMittal spegnerà gli altiforni poco prima di Natale, nella settimana tra il 10 ed il 15 dicembre: il Governo ha depositato un ricorso d’urgenza alla magistratura per cercare di fermare questa possibilità.

 

I Sindacati

Presenti al tavolo della trattativa, i segretati dei maggiori sindacati italiani (Cgil, Cisl e Uil), ossia Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, insieme ai numeri uno delle sigle che tutelano i diritti dei metalmeccanici (Marco Bentivogli, Francesca Re David e Rocco Palombella), hanno assistito alla diatriba tra i vertici aziendali del colosso multinazionale e quelli dell’attuale Governo.

Dopo aver recepito quanto era accaduto in questi mesi dai principali protagonisti, insieme si sono riuniti per cercare di adottare una strategia comunicativa ed una linea comune, facendo fronte unico a tutela di tutti quei lavoratori e quelle famiglie che rischiano davvero di restare senza lavoro, fermo restando la stessa tutela ambientale e l’inquinamento che l’ex Ilva provoca nel territorio tarantino, acuendo anche problematiche relative alla salute.

Avendo appreso di una chiusura totale da parte di ArcelorMittal, i sindacati hanno rivolto un appello accorato a Conte perché intervenga come mediatore tra le parti e riesca ad aprire un tavolo a cui vorrebbero partecipare. Oltre a questo, gli stessi rappresentanti sindacali hanno richiesto al Governo il ripristino dello scudo penale, punto sul quale ArcerlorMittal da sempre richiama al patto e, secondo i sindacati, argomento che non può fungere da alibi per eventuali fughe derivanti da altre cause.

Alla fine, i rappresentanti sindacali, hanno preso una posizione altrettanto dura nei confronti sia del Governo, sia dell’azienda, affermando che la mobilitazione non si fermerà e che gli operai continueranno a lavorare e non spegneranno gli altiforni secondo il cronoprogramma stilato dalla proprietà.

La leader della Fiom, Re David, ha ribadito l’idea che ci siano molte scusanti da parte di ArcerlorMittal e che probabilmente i reali motivi dietro a questo dietro-front siano altri. Il problema dei dazi, come elemento causale di quest’azione di fuga, sarebbe già stato affrontato nel 2018 e l’azienda avrebbe risposto che non c’erano problematiche serie al riguardo. La chiosa finale della Re David è esplicativa e dà un’immagine molto forte della situazione:

Chiunque è in affitto non può restituire una casa incendiata.

Rocco Palombella, segretario della Uilm, è stato ancora più drastico richiamando all’azione attiva tutti i lavoratori e prospettando diverse agitazioni nei prossimi giorni che sicuramente avranno già acceso le spie d’allarme per quanto riguarda le forze pubbliche ed il difficile tentativo di mantenere toni pacati, la qual cosa dovrebbe pervadere gli animi di tutti. Ecco uno stralcio delle sue parole:

I lavoratori dell’ex Ilva non si presteranno al programma di spegnimento degli impianti e non sanciranno la morte dello stabilimento e del loro futuro occupazionale. Ci sarà un’insubordinazione dei lavoratori verso la proprietà; nessuno potrà obbligarli a celebrare il loro funerale.

Lo stesso segretario, rivolgendosi all’amministratrice delegata di ArcerlorMittal, la Morselli, ha ribadito chiarezza circa i reali motivi di questa chiusura dopo la sottoscrizione di un accordo tra le parti sociali avvenuto solamente poco tempo fa (il 6 settembre 2018) chiedendo rispetto anche di questo atto. Accordo frutto di un lungo e complesso compromesso per risanare l’ambiente, tutelare l’occupazione e garantire continuità industriale.

Barbagallo, invece, ha avuto parole molto più political correct, ma è stato fermo nel richiedere, così come i colleghi, la reintroduzione dello scudo penale in modo che non appaia come un alibi. Se questo non avverrà, ammonisce il numero uno della Uil, rischiamo di vedere chiusa la più grande acciaieria d’Europa, uno stabilimento che dà occupazione a 20mila persone ed ha anche un ampio indotto. La chiusura dell’ex Ilva, secondo Barbagallo, inciderà negativamente su tutto il sistema industriale italiano, già in forte contrazione. La chiosa finale è da brividi:

Ci sarà un’altra Bagnoli.

Il Governo sul Caso

Il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, succeduto all’ex Ministro pentastellato Di Maio, ha messo un altro muro affermando che non si riconosce il diritto al recesso espresso dalla dirigenza di ArcelorMittal e che le parole dell’amministratore delegato hanno lasciato l’esecutivo alquanto perplesso perché non si riesce a comprendere quali siano le reali cause di quest’azione così repentina.

Secondo Patuanelli, dunque, lo scudo penale potrebbe essere un alibi perchè l’azienda parla di 5mila esuberi da sistemare già dal 12 settembre e di un decremento della produttività dello stabilimento e quindi, della sua redditività. Tra le acciaierie più grandi d’Europa, l’ex Ilva ha infatti problemi strutturali che le impediranno di riusciranno a produrre più di 4 milioni di tonnellate all’anno.