Il Bluff dello Spread: Politica, Economia ed il Solito Vizietto Italiano. La Situazione Reale

Il Bluff dello Spread: Politica, Economia ed il Solito Vizietto Italiano. La Situazione Reale

Tra i cittadini, nei bar e nelle città oramai è entrato nei discorsi più comuni lo spread. Non ci sarebbe nulla di male se non fosse strumentalizzato il discorso anche dalla politica, in base al solito vizietto italiano tipicamente umano. Nella psicologia comportamentale questo comportamento è noto e si chiama “bias di attribuzione fondamentale”: si verifica ogni qualvolta percepiamo e consideriamo il nostro apporto come determinante in caso di esito positivo di un evento, mentre non lo rimarchiamo nel caso le cose falliscano, attribuendo ad esternalità e ad altri la titolarità del fallimento.

Non sappiamo quanto ed in quale maniera i vari discorsi dei politici sullo spread siano stati consapevoli ovvero soggetti a questo bias; di fatto, la leadership di Giuseppe Conte, non eletto dal popolo (n.d.r.), è confermata dall’entusiasmo di molti italiani che vedono euforicamente scendere lo spread e ritengono che questo possa salvare l’Italia, attribuendone il merito al nuovo esecutivo.

Entusiasmo alimentato dalle stesse dichiarazioni del Premier in pectore e da Graziano Delrio (Partito Democratico), ex Ministro dell’infrastrutture: questi è arrivato a coniare quasi una nuova voce dei conti pubblici magari da presentare all’Europa, il “risparmio da spread”, attribuendo la dinamica ovviamente al discorso pro fiducia del Conte-bis sorretto dal suo partito e dal Movimento 5 Stelle.

Ecco uno stralcio delle sue dichiarazioni:

Abbiamo risparmiato già in poche settimane centinaia di milioni in interessi sui titoli di Stato: l’anno e mezzo passato (con il Governo Lega-M5S, dimenticandosi forse dell’apporto di quest’ultima parte, ancora attuale maggioranza n.d.r.) ci è costato quasi 20 miliardi. Soldi sottratti alle tasche degli italiani.

Il risparmio da spread non solo domina la discussione politica attuale, ma rimbalza attraverso articoli più o meno competenti che alimentano e richiamano questa dinamica.

Praticamente l’esecutivo M5S-Lega, più euroscettico considerata la forza propulsiva di Salvini che oscurava la reale maggioranza rappresentata da Di Maio, ci sarebbe costato quasi gli stessi miliardi che ora occorrono per salvarci dalle clausole di salvaguardia, ovvero l’aumento dell’IVA.

Quest’esecutivo, più stabile e meno inviso alle istituzioni europee anzi promosso da Bruxelles (non è un caso che lo spread scenda, come abbiamo spiegato), avrebbe la fiducia e l’affidabilità per poter avanzare finalmente richieste di flessibilità sulla manovra finanziaria: richieste prima negate al governo gialloverde.

La validità di questa tesi troverebbe controprova proprio sul dato dello spread, sceso dagli oltre 200 punti segnati ad agosto, in questo momento a 133 punti base circa: la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiano (decennali) ed i Bund tedeschi è ora pari a 1,33%.

A prescindere dalle fazioni e dagli orientamenti politici, ovvero dalle ideologie applicate per l’una o l’altra parte, non ci troviamo all’interno di uno stadio nel quale il tifo è accecato dalla sola volontà di vittoria, ma dobbiamo analizzare realmente cosa ha caratterizzato la crisi di governo e come sono mutati i dati economici.

La semplificazione che questi grandi esponenti politici avrebbero fatto, ad un occhio attento, è assolutamente fuorviante oltre che eccessiva per tre semplici punti:


  • Lo spread, così come affermiamo sempre per chiarezza, è un semplice differenziale tra due indici di rendimento: è solo un numero utilizzato dalla finanza per determinare una comparazione in tempo reale. Lo spread è praticamente uguale alla formula A-B; dunque, varia sia se si abbassa il rendimento dei titoli italiani (A), sia se si abbassa (ovvero si alza) il rendimento dei Bund tedeschi (B) contraddistinguendo un valore negativo che diventa somma. Considerati i rendimenti negativi dei titoli tedeschi, oramai da tempo appannaggio di molte nazioni d’Europa, è più importante focalizzarsi sul rendimento netto effettivo italiano e non sul differenziale, ossia lo spread: è quello il numero sul quale l’Italia paga gli interessi. Semplicemente uno spread a 200 punti base è molto differente se i Bund rendono +1% e i BTp italiani il +3% , rispetto la situazione attuale in cui i Bund rendono -0,5% e il BTp +1,5%. Associare la parola risparmio allo spread è fuorviante.
  • Altro aspetto da considerare è quello del valore del BTp determinato in sede d’asta, ossia quando il Tesoro colloca i suoi titoli e li vende agli investitori istituzionali interessati. Che lo spread si modifichi quotidianamente incide relativamente. Da quest’analisi possiamo facilmente notare come buona parte del calo dei rendimenti che l’Italia paga sui BTp emessi e collocati, è avvenuto già prima della nascita del nuovo esecutivo. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro: da maggio sino alla crisi del 20 agosto, il rendimento del BTp è sceso dal 2,50% a 1,30% (-1,20%) descrivendo un trend al ribasso che è culminato con gli attuali valori (tra 0,80% e 1%). Come si può ben notare, il processo inizia da lontano e nelle settimane successive può aver avuto un’accelerazione, ma questa è tutta da comprovare per la sua tenuta.
  • Dulcis in fundo, chi è il vero artefice di quest’accelerazione? Il discorso di Conte, le altre dichiarazioni ed azioni dei nuovi politici subentrati oppure c’è altro? Semplicemente la causa ha un nome e cognome: Mario Draghi, Governatore della BCE. Dovremmo parlare di effetto Draghi, anche per quanto concerne ciò che sta accadendo ai rendimenti dei nostri titoli di Stato. L’italiano ha lasciato un solco strategico nel quale Christine Lagarde, che gli succederà a breve, dovrà continuare la sua azione per quanto concerne innanzitutto il Quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di debito degli Stati dell’Eurozona. Così come accaduto durante il primo programma, avremo un livellamento degli spread che convergeranno verso il core, ossia la Germania.

Non bisogna, però, gioire troppo, né pensare di aver risolto tutti i problemi come ha confermato lo stesso Mario Draghi. Quest’aiuto da parte della BCE può lasciare un po’ di tempo agli Stati, ma questi dovranno cominciare a lavorare per dare impulso alle proprie economie innanzitutto investendo.

Draghi ha, in questo modo, concesso margini economici sulle prossime manovre finanziarie dei Paesi dell’Eurozona, ma questi dovranno puntare all’economia reale ed alla crescita per prevenire il rischio recessione: rischio che grava anche sulla locomotiva d’Europa, la Germania.

Forse più che ingraziarsi e guardare Bruxelles, sperando in una revisione non sicura dei parametri stringenti sulla legge di Bilancio, il nuovo esecutivo dovrebbe rivolgere il suo sguardo benevolo a Francoforte, da dove arriva una ventata d’aria fresca e pura.