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Marijuana Legale Light e Canapa: Crollo delle Aziende USA e Situazione Critica in Italia

Marijuana Legale Light e Canapa: Crollo delle Aziende USA e Situazione Critica in Italia

Il business della Marijuana a livello mondiale potrebbe essere presto considerato tra le bolle speculative più grandi della storia, soprattutto quella recente. Da quanto è scoppiata la cannabis mania con l’apertura di negozi (anche in Italia) che vendono la marijuana versione light e legale, molti altri paesi hanno seguito l’esempio di territori in cui la coltivazione e commercializzazione di questa pianta, dagli effetti noti derivanti dai principi attivi presenti, soprattutto il THC (ovvero delta-9-THC o tetraidrocannabinolo n.d.r. ), è legale e praticata da tempo.

La canapa, pianta da cui si estrae la sostanza psicoattiva denominata marijuana, viene utilizzata in tutti i suoi elementi proprio per la grande duttilità, resistenza delle fibre e per i diversi elementi compresi, non soltanto dunque la sostanza che più di tutte le viene attribuita nell’immaginario collettivo.

La marijuana è utilizzabile per scopi ricreativi, terapeutici e farmacologici (soprattutto per lenire il dolore e nei trattamenti cosiddetti palliativi, nonché utilizzata da molti malati di patologie a carico del sistema nervoso centrale per ridurre la sintomatologia in alcuni casi), ma il resto della pianta può trovare moltissime applicazioni, tra le quali citiamo:

  • Tessuti e abbigliamento.
  • Cosmesi.
  • Industria alimentare.
  • Edilizia.

Proprio questo vasto campo di applicazioni inerenti la pianta e la possibilità di abbracciare una domanda ricreativa e terapeutica molto forte (da sempre sono note le correnti globali miranti a liberalizzare il suo utilizzo), molti investitori si sono gettati a capofitto nel business investendo tantissimo soldi, compresi i piccoli risparmiatori.

Il CAGR (Compound Annual Growth Rate) del business relativo alla Cannabis, alla canapa ed ai cannabinoidi in generale era ed è un settore che dovrebbe crescere in doppia cifra ed uno studio di ArcView del 2016 stimava solo negli USA un fatturato globale industriale pari a 6,7 miliardi di dollari.

Le imprese quotate sotto l’indice Nasdaq, quello dei tecnologici, hanno visto le loro azioni crescere espondenzialmente a Wall Street fino a toccare i massimi il 19 settembre 2018. In quella data, il valore delle azioni cosiddette “cannastocks” era 10 volte superiore al patrimonio e 64 volte il fatturato totale, nonostante alcune società avessero addirittura perdite iscritte nei bilanci: perdite derubricate giustamente o incautamente come necessarie per investimenti e strutturazione dei businesses.

Ad un certo punto qualcosa è cambiato, anche perché i Governi nazionali hanno iniziato a rivedere questa spinta liberalizzatrice. Primo tra tutti, in Canada rimasero 400 tonnellate di marijuana legale invenduta ed allora iniziarono le vendite delle azioni ad iniziare dai risparmiatori. In meno di un anno circa 50 aziende quotate in Borsa hanno perso mediamente il 66% del market cap: la canadese Tilray, operante nel settore sanitario della cannabis terapeutica e originaria nel luogo in cui probabilmente si è capito che qualcosa non andava, è crollata da un valore in doppia cifra (20 miliardi di dollari) a soli 2,7 miliardi.

Dallo scoppio della bolla “cannabis light” si sarebbero persi circa 30 miliardi di dollari e non si tratterebbe di una prima volta storica, soprattutto per quanto riguarda i beni tangibili. Ricordiamo la recente bolla immobiliare statunitense che ha aperto la crisi economica mondiale ed impoverito migliaia di investitori, o quella di Internet alle soglie del duemila.

Per non dimenticare quella particolare delle piume di struzzo di fine Ottocento e inizio Novecento (prodotto di moda con allevatori sudafricani che fecero grandi investimenti e poi subirono il contraccolpo passata la sbornia). Oltre a queste, abbiamo un esempio che forse è il migliore: la prima bolla speculativa nella storia.

 

I Tulipani

Quasi due secoli dopo la fine del medioevo, esattamente nel 1636, nel Paese dei Tulipani, l’Olanda, il tipico fiore iniziò a diventare un vero e proprio status symbol, considerato un elemento di ricchezza (il suo possesso), di nobiltà, di moda e quindi un investimento davvero importante per il futuro.

A quel tempo un bulbo di tulipano arrivò a costare dai 2.500 ai 6.000 fiorini (al tasso di cambio odierno corrisponderebbero a 300.000€ e 750.000€), come una casa, ossia un investimento immobiliare.

Gli olandesi, fiutato l’affare, iniziarono a vendere i loro beni ed acquistare i bulbi dei tulipani, ma i più furbi, i più astuti o i più veloci, ossia gli speculatori iniziali (non è dato saperlo) iniziarono poi a vendere quando i prezzi raggiunsero l’apice.

Il resto è storia. Nel 1637, ossia poco più di un anno dopo, un bulbo di tulipano valeva poco più di uno di cipolla con il risultato di aver arricchito poche persone ed impoverito tantissime altre, rimaste incastrate da questa bolla speculativa.

Questo esempio, seppur con tutti i limiti del caso, sembrerebbe quello più calzante per comprendere cosa stia accadendo negli USA con i cannastock. Dal punto di vista moderno, potremmo equiparare l’accadimento con quanto sta avvenendo nel mercato delle criptovalute, dove il Bitcoin (BTC) sta crollando sotto i colpi delle vendite e senza il sostegno di alcuna struttura sottostante.

 

Italia

Nel nostro paese, l’Italia, la situazione più o meno sta ripercorrendo quanto visto negli USA. Dopo la legge della fine del 2016, centinaia di aziende agricole hanno iniziato ad investire moltissimo in questo business destinando gran parte dei terreni alla coltivazione della canapa, visto e considerato anche la diminuzione di prezzo degli altri beni, compresi quelli alimentari che oramai facciamo provenire dall’estero con minore qualità e minor prezzo. La coltivazione passò da 400 ettari a 4.000 in poco tempo.

Dalla produzione il passo alla distribuzione ed all’ampiezza della gamma di prodotti offerti ai clienti fu breve, Sono nati oltre 2 mila punti vendita che offrono non solo la cannabis light, ma anche altri tipi di preparati come:

  • Oli.
  • Resine.
  • Infiorescenze.
  • Foglie.

Il resto della pianta della canapa, come detto, trova applicazione in altri settori quali la cosmesi, l’abbigliamento, i biomattoni utilizzati nella bioedilizia, etc. Il giro d’affari, comprensivo di tutti questi elementi merceologici, arriva a 40 milioni di euro, escludendo quello, molto più ricco, della cannabis terapeutica e quindi alla farmacologia, ancora bloccato in attesa di una definizione.

Anche qui un accadimento ha avuto effetto ridondante su tutta la filiera produttiva: a maggio la Cassazione, con una sentenza, ha di fatto fermato la vendita di oli, resine, foglie e infiorescenze derivati dalla coltivazione della Cannabis Sativa L. (caratterizzata dalla bassa concentrazione di THC, ossia con il principio psicotropo sotto la soglia dello 0,6%) rinviando ai giudici di merito la decisione sulla lecità o meno di tali sostanze e di fatto richiamando l’attività parlamentare e governativa ad una decisione ferma e precisa sulla questione.

Dopo questa sentenza, le forze dell’ordine hanno iniziato a sequestrare questi prodotti basati sulla coltivazione della canapa e chiudere i negozi, in rispetto all’alt imposto dalla magistratura al commerciante di Ancona oggetto dell’iter giudiziario. In assenza di una legge chiara ed una decisione precisa sulla questione, secondo la CIA (Confederazione Italiana Agricoltori italiani), anche le coltivazioni e gli investimenti fatti dai produttori, i coltivatori nei campi, sono a rischio, ma per il momento la situazione rimane in stallo e la palla è passata in mano al legislatore che dovrà, prima o poi, normare sulla questione.

L’oro verde dell’agricoltura, dunque, rischia presto di far scoppiare la bolla anche da noi.