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Microimprese ed Economia Italiana. A Rischio Fallimento e Chiusura 1 Milione e 700.000 (CGIA)

Microimprese ed Economia Italiana. A Rischio Fallimento e Chiusura 1 Milione e 700.000 (CGIA)

In attesa di quel poderoso Recovery Fund, la pioggia di miliardi provenienti dalla solidale europea di cui già si sono perse le tracce, in ragione del fatto che i soldi probabilmente arriveranno, a rate, dal prossimo anno 2021, l’Italia paga pegno delle decisioni e delle politiche governative.

Lo Stato Attuale della Crisi

Lo Stato Italiano si sta muovendo in maniera lenta, poco organica e, soprattutto, non strategica. Fino ad ora si è deciso di finanziare una cassa integrazione appannaggio giustamente di chi, lavoratore dipendente anche stagionale, non ha lavorato e percepito alcun reddito e si è imposto alle imprese di non licenziare, ma questa dinamica rischia di divenire insostenibile per il tessuto imprenditoriale. Il tessuto che, ricordiamo, genera ricchezza e gettito, le entrate dello Stato stesso.

A fronte di quanto sta accadendo con le grandi realtà italiane quali ENI che è crollata a Piazza Affari dopo la sua trimestrale, ancor di più nei profondi strati economici del nostro paese si sta soffrendo.

La CGIA di Mestre, in un suo recente studio, ha lanciato un’allarme davvero incredibile quanto impietoso: a rischio chiusura e fallimento ci sono quattro microimprese su dieci. Sapendo che in Italia l’economia pullula delle cosiddette PMI (le piccole e medie imprese), tale dinamica, di fatto, rende difficile anche solo immaginare una ripresa repentina dell’Italia, fatto salvo i capitali esteri che potrebbero arrivare (soprattutto dalla Cina) e accalappiarsi tutto i nostri settori.

In pericolo, rileva la CGIA di Mestre, ci sono poco meno di 1 milione e 700.000 attività e le realtà più piccole, come rileva l’Associazione Artigiani e Piccole e Medie Imprese basandosi sui dati ISTAT, sono quelle più a rischio perché non detengono grandi risorse per autofinanziarsi e resistere ad una tempesta pressoché perfetta.

Le Attività, le Imprese Colpite e a Rischio

Il Coordinatore dell’Ufficio Studi, Paolo Zabeo, entra ancor più nel dettaglio della questione e pone l’accento su queste attività in condizioni critiche. Si parla del ceto medio produttivo in cui confluiscono tantissime realtà, tra cui:

  • Imprese dei Servizi.
  • Negozianti.
  • Botteghe Artigiane
  • Partite IVA con meno di 10 addetti.

Tutte queste realtà hanno subito un vero e proprio danno, a causa del lockdown, e le misure prese dal Governo non sembrano esser state né tempestive, né efficaci, fatto salva la percentuale di aziende che comunque avrebbe avuto lo stesso un periodo difficile (la qual cosa si può rilevare ponderando le dinamiche degli anni precedenti e definendo un coefficiente di trend).

Tantissime partite IVA, dunque, hanno espresso l’intenzione di chiudere la saracinesca, soprattutto nel comparto del turismo e della ristorazione. Tra queste, infatti, ci sono bar, ristorianti, attività ricettive, piccoli commercianti, operatori nel settore cultura e intrattenimento (emblematica la frase del Premier su questi lavoratori che “ci fanno divertire”, al di là di speculazioni politiche e ideologiche), ma anche molti settori produttivi diversi.

La CGIA, infatti, rileva grandi criticità nei settori del legno, dal mobile alla carta, passando per la stampa e finanche nel tessile e nell’abbigliamento, non solo nel settore moda che comunque tiene botta insieme al lusso, per ovvie ragioni legate alle dinamiche post-crisi, oltre alle calzature.

Le famiglie, causa anche la poca liquidità e l’incertezza sul futuro, protendono notevolmente al risparmio e non consumano nemmeno come prima. Questo crollo verticale nei consumi, di fatto, spinge molti imprenditori a lasciare la loro attività, con buona pace anche dell’occupazione.

L’Analisi del Segretario CGIA

Il Segretario della CGIA, Renato Mason, ha un pensiero molto pregnante nel descrivere ciò che è accaduto e quanto sta accadendo, sommando il fatto che il nostro paese non si era nemmeno ancora ripreso dalla crisi del 2009 e ponendo l’accento su quelle attività professionali che, di fatto, avevano pagato il prezzo più alto. Un pensiero che non va letto, come farebbe la viceministro Castelli, solo nell’ottica di un rinnovamento in quanto è mutato il quadro socio-economico in cui gli imprenditori devono muoversi, rispettando e adottando nuovi modelli di business.

Gli effetti economici del Covid si sono sovrapposti a una situazione generale che era già profondamente deteriorata. Ricordo che tra il 2009 e il 2019 lo stock complessivo delle aziende artigiane in Italia è sceso di quasi 180mila unità. Circa il 60% della contrazione ha riguardato attività legate al settore casa: edili, lattonieri, posatori, dipintori, elettricisti, idraulici hanno vissuto anni difficili e molti sono stati costretti a cessare l’attività. La crisi dell’edilizia e la caduta verticale dei consumi delle famiglie sono stati letali. Certo, molte altre professioni artigiane, soprattutto legate al design, al web, alla comunicazione si stanno imponendo. Purtroppo, le profonde trasformazioni in atto e la drammatica crisi che vivremo nei prossimi mesi cancelleranno moltissime attività che cambieranno il volto delle nostre città, incidendo negativamente anche sulla coesione sociale del Paese”

La Ricetta della CGIA

La CGIA, oltre a rilevare la situazione e concause, nonché le variabili esogene ed endogene di riferimento, ha anche definito la ricetta per uscire dalla crisi chiedendo al Governo, il quale è già intervenuto con tre scostamenti di bilancio e ben 105 miliardi di euro quale nuovo deficit, di intervenire.

Nel Decreto di Agosto, quello riguardante l’ultimo scostamento di bilancio da 25 miliardi, la CGIA invita il Governo a porre in essere politiche e azioni per far sopravvivere il tessuto delle microrealtà commerciali e produttive più fragili, ma comunque preziose, anzi, preziosissime in un contesto quale quello italico nel quale pullulano simili attori.

La ricetta della CGIA è semplice quanto difficile da attuare, visto che la maggior parte delle risorse è destinata probabilmente a prolungare la Cassa Integrazione e verte su:

  • Altri Contributi a Fondo Perduto destinati a queste realtà.
  • Cancellazione scadenze fiscali fino a fine 2020, l’anno bianco di cui parla anche l’opposizione.

Impariamo dal Passato

Nel 2009 il PIL italiano crollò di -5,5% e il tasso di disoccupazione salì dal 6 al 12% nei successivi due anni, segno di una dinamica di riflesso che probabilmente vedremo anche in questa crisi, fermo restando la capacità dei nostri dirigenti di fare qualcosa al riguardo.

Se il PIL italiano dovesse crollare in doppia cifra (si parla anche di meno dodici punti percentuali), la disoccupazione potrebbe aumentare a dismisura e la chiusura di numerose piccole realtà potrebbe avere chiari riflessi e impatto diretto sul tessuto sociale del paese.

Quando un negozio o un’attività chiude, l’esperienza di quell’imprenditore, il know-how e la qualità di vita del quartiere stesso, le connessioni invisibili, si perdono e si nota un progressivo depauperamento del contesto stesso, con tutte le ripercussioni socio-psicologiche di cui spesso abbiamo avuto nota.

Degrado, insicurezza e meno socializzazione, tutte dinamiche da rifuggire in ogni modo.